Pubblico una interessante cronaca inviataci da Giorgio Caccamo (amico di sempre) in questo momento in Congo nell'ambito di un progetto di cooperazione internazionale.
Da esperto delle vicende africane, da appassionato del calcio e da studioso delle vicende calcistiche africane, ha subito trovato questo spunto di riflessione che ha voluto condividere su Modicaquotidiana.
p.s. la lettura è consigliata anche a chi non abbia una smodata passione per il calcio...
La prima ed unica (e verosimilmente l’ultima) partecipazione dello Zaire alla fase finale di un campionato mondiale di calcio risale al 1974.
Era lo Zaire di Mobutu Sese Seko, il dittatore affatto sgradito al blocco occidentale, benedetto da Washington sull’asse Tel Aviv-Rabat-Kinshasa-Pretoria. Persino la qualificazione di quella nazionale a Germania ’74 si presta a qualche considerazione politica e propagandistica.
Come tutti i dittatori, anche Mobutu aveva infatti ben chiara la malleabilità dello sport a fini di propaganda, come avrebbe dimostrato del resto il celebre incontro di boxe Ali-Foreman, disputato proprio in Zaire.
Tuttavia, la propaganda di regime nulla può contro Eupalla. Il dio breriano del calcio avrebbe infatti punito inesorabilmente la squadra centrafricana (forse l’unica vera sanzione internazionale mai comminata al paese di Mobutu…). Lo Zaire incassò 14 gol in tre partite: due contro la Scozia, 8 (otto!) contro la Jugoslavia, 4 contro il Brasile.
Queste prestazioni valsero ai giocatori zairesi l’epiteto poco lusinghiero di “clown del football”. Non solo per la scarsa capacità di impostare anche una sola azione di gioco decente, ma anche e soprattutto per l’imbarazzante ignoranza delle più elementari regole del calcio.
È rimasta memorabile una scena di Brasile-Zaire. Calcio di punizione per i campioni sudamericani, si prepara al tiro il mancino Roberto Rivelino. L’arbitro fa sistemare la barriera, fischia e… e succede l’assurdo. Un terzino zairese si stacca dalla barriera e calcia violentemente il pallone, tra l’incredulità generale e lo stupore ancora più evidente di Rivelino. L’arbitro ammonisce prontamente il difensore (per “comportamento non regolamentare”, reciterebbero oggi i referti di fine gara), che però riesce addirittura a sentirsi ingiustamente punito e a protestare vivacemente!
Difficile che un paese possa riprendersi da simili umiliazioni calcistiche. Ed infatti lo Zaire, che però ora ha un altro nome, non ha mai saputo riscattarsi su un campo di football.
(Breve divagazione storica.
Prima di diventare formalmente colonia belga, l’immenso “scandalo geologico” a cavallo dell’Equatore era proprietà privata del re Leopoldo II. Poi ebbe il nome ipocrita di Libero Stato del Congo, poi Congo belga, divenne lo Zaire di Mobutu, ancora fu il Congo-Kinshasa – per distinguerlo, secondo il nome della capitale, dal vicino e più piccolo Congo-Brazzaville, infine è l’attuale Repubblica Democratica del Congo. Non si escludono ulteriori aggiornamenti onomastici).
Ora dunque non esiste più lo Zaire.
Ma persistono le lacune calcistiche di questo paese. Molti calciatori sono nati qui o hanno origini congolesi, ma presto si sono trasferiti altrove, perlopiù per fare fortuna in Europa. È nato a Kinshasa, per esempio, il centrocampista Claude Makélélé, giunto giovanissimo in Francia al seguito del padre esule.
Nella capitale congolese è nato anche l’attuale portiere dei Bleus, Steve Mandanda, mentre il fratello Parfait, francese di nascita, ha scelto il percorso inverso ed ora giova nella nazionale della RDC. Misteri della FIFA…
Hanno origini congolesi anche i fratelli Mbo e Emile Lokonda Mpenza e qualche altro calciatore di nazionalità belga, così come il portoghese Bosingwa. È invece di nazionalità congolese Shabani Nonda, nato in realtà in Burundi: non propriamente un campione, come ricordano anche i tifosi della Roma.
Insomma, il panorama “ufficiale” del calcio post-zairese è parecchio desolante. In molti accusano peraltro la giovane moglie del giovane presidente Joseph Kabila di investire troppi soldi nel tentativo di risollevare le sorti della nazionale di calcio di un paese ricchissimo di risorse, ma sfruttato dalle potenze straniere e dilaniato da decenni di guerre e conflitti.
Come in quasi tutti i paesi del mondo, è intaccata però la dimensione giocosa, popolare, passionale del football. La domenica pomeriggio si disputano gli incontri dei campionati locali, regionali e nazionali. Ma è nel gioco dei bambini che si riscoprono gli aspetti più genuini ed ingenui e “puliti” del calcio. Con una palla di stracci, con un pallone sgonfio, con un Super Tele, o con un raro pallone di cuoio (che costa 10-15 dollari…), il divertimento è assicurato.
Ho giocato contro alcuni ragazzini congolesi: pochissima tecnica, ma velocità impressionante, agonismo e fisicità insostenibili. Alcuni amici italiani hanno avuto anche la (s)ventura di giocare con i mayi-mayi, il gruppo ribelle stanziato nell’est del paese. Da quel che so, si attengono alla vecchia regola “o palla, o piede”…
Uno degli elementi che più mi colpisce è però il gran numero di maglie di squadre di calcio indossate dai bambini e dai ragazzi. Non che me ne stupisca eccessivamente: per molti, indossare la maglia di una squadra europea equivale ad illudersi di appartenere a quel mondo occidentale che invece spesso si rifiuta di accogliere in sé “altri mondi”. Da tifoso e appassionato di calcio, mi incuriosisce in realtà la grande varietà di queste maglie. Eccetto una camiseta dell’Argentina, qualcuna del Brasile e del Senegal, non ho visto molte maglie di nazionali. Per assurdo, anche questo denota il carattere economico, globalizzato e merceologico che il calcio contemporaneo sta assumendo: anche un giovane congolese si identifica più facilmente con una squadra sponsorizzata che non con una nazionale. Tantomeno con la propria.
All’importanza dello sponsor si lega certamente la diffusione delle maglie di una squadra in particolare. Più della metà delle maglie che ho visto in queste settimane sono infatti del Barcellona (e peraltro la maglia argentina era quella di Messi…). Ora, è risaputo che il Barça non ha da anni uno sponsor commerciale sulla propria maglia, mentre ha sottoscritto un accordo particolare con l’UNICEF. Può sembrare ovvio, se non banale, collegare il gran numero di maglie blaugrana alla presenza delle agenzie delle Nazioni Unite in Congo. Eppure non è esagerato né fuori luogo interpretare ciò con una ben orchestrata opera di propaganda: forse “investendo” sulla fiducia di un ragazzo appassionato di calcio, si può distogliere parzialmente l’attenzione dai decennali fallimenti delle missioni internazionali. E purtroppo non è detto che ciò non riesca.
Molte maglie sono poi di squadre inglesi, Chelsea in testa (con l’idolo africano Didier Drogba), Manchester United, Arsenal, Liverpool.
L’Italia è rappresentata soprattutto dal Milan e dalla Juventus, mentre non ho visto neanche una maglia dell’Inter. Ma una tuta della Lazio, misteriosamente, sì.
Un capitolo a parte meriterebbero in effetti le maglie strane, imprevedibili, persino improbabili.
Eravamo quattro milanisti nel villaggio di Kimbulu, quando ci siamo accorti di un ragazzino con la maglia del Milan ma… nerazzurra! Ed era pure la numero 99 di Ronaldo! Speriamo solo che si fosse stinta…
Al villaggio di Kyanzaba mi ha colpito un bambino vivacissimo con una maglia del Parma, nientemeno che la numero 7 di Nakata.
Sicuramente da ricondurre agli aiuti umanitari provenienti dalla Romagna è la maglia giallorossa del Morciano, squadra dilettantistica del riminese, indossata da un maestro di Muhanga.
Ancora a Muhanga e a Musienene sono state avvistate maglie dello Sporting Lisbona, la numero 10 di Mourinho e la 9 di Purovic.
Sulla strada che porta da Butembo a Beni, invece, ho visto un ragazzone con la maglia originale e nuovissima del Celtic Glasgow: era la 10 di Vennegoor of Hesselink.
Effetti della globalizzazione? Neo-colonialismo? Passione universale?
Quali che siano i motivi che spingono un ragazzino del Nord Kivu a vestire una maglia “occidentale”, a farsi inconsapevole oggetto di marketing e a tifare dunque per una squadra perlopiù sconosciuta, l’auspicio è che continui a divertirsi tirando calci a un pallone.
Alla lunga, meglio Purovic di quel terzino del 1974.
Da esperto delle vicende africane, da appassionato del calcio e da studioso delle vicende calcistiche africane, ha subito trovato questo spunto di riflessione che ha voluto condividere su Modicaquotidiana.
p.s. la lettura è consigliata anche a chi non abbia una smodata passione per il calcio...
La prima ed unica (e verosimilmente l’ultima) partecipazione dello Zaire alla fase finale di un campionato mondiale di calcio risale al 1974.
Era lo Zaire di Mobutu Sese Seko, il dittatore affatto sgradito al blocco occidentale, benedetto da Washington sull’asse Tel Aviv-Rabat-Kinshasa-Pretoria. Persino la qualificazione di quella nazionale a Germania ’74 si presta a qualche considerazione politica e propagandistica.
Come tutti i dittatori, anche Mobutu aveva infatti ben chiara la malleabilità dello sport a fini di propaganda, come avrebbe dimostrato del resto il celebre incontro di boxe Ali-Foreman, disputato proprio in Zaire.
Tuttavia, la propaganda di regime nulla può contro Eupalla. Il dio breriano del calcio avrebbe infatti punito inesorabilmente la squadra centrafricana (forse l’unica vera sanzione internazionale mai comminata al paese di Mobutu…). Lo Zaire incassò 14 gol in tre partite: due contro la Scozia, 8 (otto!) contro la Jugoslavia, 4 contro il Brasile.
Queste prestazioni valsero ai giocatori zairesi l’epiteto poco lusinghiero di “clown del football”. Non solo per la scarsa capacità di impostare anche una sola azione di gioco decente, ma anche e soprattutto per l’imbarazzante ignoranza delle più elementari regole del calcio.
È rimasta memorabile una scena di Brasile-Zaire. Calcio di punizione per i campioni sudamericani, si prepara al tiro il mancino Roberto Rivelino. L’arbitro fa sistemare la barriera, fischia e… e succede l’assurdo. Un terzino zairese si stacca dalla barriera e calcia violentemente il pallone, tra l’incredulità generale e lo stupore ancora più evidente di Rivelino. L’arbitro ammonisce prontamente il difensore (per “comportamento non regolamentare”, reciterebbero oggi i referti di fine gara), che però riesce addirittura a sentirsi ingiustamente punito e a protestare vivacemente!
Difficile che un paese possa riprendersi da simili umiliazioni calcistiche. Ed infatti lo Zaire, che però ora ha un altro nome, non ha mai saputo riscattarsi su un campo di football.
(Breve divagazione storica.
Prima di diventare formalmente colonia belga, l’immenso “scandalo geologico” a cavallo dell’Equatore era proprietà privata del re Leopoldo II. Poi ebbe il nome ipocrita di Libero Stato del Congo, poi Congo belga, divenne lo Zaire di Mobutu, ancora fu il Congo-Kinshasa – per distinguerlo, secondo il nome della capitale, dal vicino e più piccolo Congo-Brazzaville, infine è l’attuale Repubblica Democratica del Congo. Non si escludono ulteriori aggiornamenti onomastici).
Ora dunque non esiste più lo Zaire.
Ma persistono le lacune calcistiche di questo paese. Molti calciatori sono nati qui o hanno origini congolesi, ma presto si sono trasferiti altrove, perlopiù per fare fortuna in Europa. È nato a Kinshasa, per esempio, il centrocampista Claude Makélélé, giunto giovanissimo in Francia al seguito del padre esule.
Nella capitale congolese è nato anche l’attuale portiere dei Bleus, Steve Mandanda, mentre il fratello Parfait, francese di nascita, ha scelto il percorso inverso ed ora giova nella nazionale della RDC. Misteri della FIFA…
Hanno origini congolesi anche i fratelli Mbo e Emile Lokonda Mpenza e qualche altro calciatore di nazionalità belga, così come il portoghese Bosingwa. È invece di nazionalità congolese Shabani Nonda, nato in realtà in Burundi: non propriamente un campione, come ricordano anche i tifosi della Roma.
Insomma, il panorama “ufficiale” del calcio post-zairese è parecchio desolante. In molti accusano peraltro la giovane moglie del giovane presidente Joseph Kabila di investire troppi soldi nel tentativo di risollevare le sorti della nazionale di calcio di un paese ricchissimo di risorse, ma sfruttato dalle potenze straniere e dilaniato da decenni di guerre e conflitti.
Come in quasi tutti i paesi del mondo, è intaccata però la dimensione giocosa, popolare, passionale del football. La domenica pomeriggio si disputano gli incontri dei campionati locali, regionali e nazionali. Ma è nel gioco dei bambini che si riscoprono gli aspetti più genuini ed ingenui e “puliti” del calcio. Con una palla di stracci, con un pallone sgonfio, con un Super Tele, o con un raro pallone di cuoio (che costa 10-15 dollari…), il divertimento è assicurato.
Ho giocato contro alcuni ragazzini congolesi: pochissima tecnica, ma velocità impressionante, agonismo e fisicità insostenibili. Alcuni amici italiani hanno avuto anche la (s)ventura di giocare con i mayi-mayi, il gruppo ribelle stanziato nell’est del paese. Da quel che so, si attengono alla vecchia regola “o palla, o piede”…
Uno degli elementi che più mi colpisce è però il gran numero di maglie di squadre di calcio indossate dai bambini e dai ragazzi. Non che me ne stupisca eccessivamente: per molti, indossare la maglia di una squadra europea equivale ad illudersi di appartenere a quel mondo occidentale che invece spesso si rifiuta di accogliere in sé “altri mondi”. Da tifoso e appassionato di calcio, mi incuriosisce in realtà la grande varietà di queste maglie. Eccetto una camiseta dell’Argentina, qualcuna del Brasile e del Senegal, non ho visto molte maglie di nazionali. Per assurdo, anche questo denota il carattere economico, globalizzato e merceologico che il calcio contemporaneo sta assumendo: anche un giovane congolese si identifica più facilmente con una squadra sponsorizzata che non con una nazionale. Tantomeno con la propria.
All’importanza dello sponsor si lega certamente la diffusione delle maglie di una squadra in particolare. Più della metà delle maglie che ho visto in queste settimane sono infatti del Barcellona (e peraltro la maglia argentina era quella di Messi…). Ora, è risaputo che il Barça non ha da anni uno sponsor commerciale sulla propria maglia, mentre ha sottoscritto un accordo particolare con l’UNICEF. Può sembrare ovvio, se non banale, collegare il gran numero di maglie blaugrana alla presenza delle agenzie delle Nazioni Unite in Congo. Eppure non è esagerato né fuori luogo interpretare ciò con una ben orchestrata opera di propaganda: forse “investendo” sulla fiducia di un ragazzo appassionato di calcio, si può distogliere parzialmente l’attenzione dai decennali fallimenti delle missioni internazionali. E purtroppo non è detto che ciò non riesca.
Molte maglie sono poi di squadre inglesi, Chelsea in testa (con l’idolo africano Didier Drogba), Manchester United, Arsenal, Liverpool.
L’Italia è rappresentata soprattutto dal Milan e dalla Juventus, mentre non ho visto neanche una maglia dell’Inter. Ma una tuta della Lazio, misteriosamente, sì.
Un capitolo a parte meriterebbero in effetti le maglie strane, imprevedibili, persino improbabili.
Eravamo quattro milanisti nel villaggio di Kimbulu, quando ci siamo accorti di un ragazzino con la maglia del Milan ma… nerazzurra! Ed era pure la numero 99 di Ronaldo! Speriamo solo che si fosse stinta…
Al villaggio di Kyanzaba mi ha colpito un bambino vivacissimo con una maglia del Parma, nientemeno che la numero 7 di Nakata.
Sicuramente da ricondurre agli aiuti umanitari provenienti dalla Romagna è la maglia giallorossa del Morciano, squadra dilettantistica del riminese, indossata da un maestro di Muhanga.
Ancora a Muhanga e a Musienene sono state avvistate maglie dello Sporting Lisbona, la numero 10 di Mourinho e la 9 di Purovic.
Sulla strada che porta da Butembo a Beni, invece, ho visto un ragazzone con la maglia originale e nuovissima del Celtic Glasgow: era la 10 di Vennegoor of Hesselink.
Effetti della globalizzazione? Neo-colonialismo? Passione universale?
Quali che siano i motivi che spingono un ragazzino del Nord Kivu a vestire una maglia “occidentale”, a farsi inconsapevole oggetto di marketing e a tifare dunque per una squadra perlopiù sconosciuta, l’auspicio è che continui a divertirsi tirando calci a un pallone.
Alla lunga, meglio Purovic di quel terzino del 1974.
(Giorgio Caccamo)
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